video/documentari internazionali

The Democratic school of Givat Olga – Israel

La scuola democratica di Hadera in Israele

SUMMERHILL SCHOOL
The documentary tells the story of A. S. Neill’s Summerhill School and their fight for survival against Tony Blair’s Labour government. A must see for anybody interested in education, progressive, alternative, and humanist ideas.

Free to Learn: A Radical Experiment in Education
Free to Learn is a 70 minute documentary that offers a “fly on the wall” perspective of the daily happenings at The Free School in Albany, New York. Like many of today’s radical and democratic schools, The Free School expects children to decide for themselves how to spend their days.

Sudbury Valley School One of the first democratic schools in the US.

The Leaders We Need Are Already Here: Berkana Fellows Program (Part 1)
This video was made in a collaboration with The Berkana Institute, Shikshantar and Abhivyakti Media for Development. The Berkana Fellows Program was a bold experiment in self-organized learning, offering a unique opportunities to young people who had walked out of formal educational institutions. The intention of this fellowship was to legitimize learning spaces beyond the reach of formal institutions to support the emergence of healthy and resilient communities.

Democratic Inventions at the Quilombo
Democratic Inventions at the Quilombo presents the history of the political and cultural struggles of a Brazilian community (Quilombo da Fazenda) formed by descendants of slaves and its meeting with the movement of Democratic Inventions

Born to Learn is the first animation in a fascinating series aimed to provide easy-access to the exciting new discoveries constantly being made about how humans learn.

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Luigi Monti, vita di Fernand Deligny

Luigi Monti, vita di Fernand Deligny

Pubblicato su “Lo Straniero”, n. 97, luglio 2008

 Si definiva un deragliatore, uno che tentava di far uscire dalle rotaie bambini e adolescenti la cui condizione sociale o psicologica costringeva a percorsi obbligati che quasi sempre trovavano compimento nei riformatori, nelle case di rieducazione o nei manicomi. Educatore anomalo, defilato, antiaccademico, progressista a impronta libertaria, Fernand Deligny ha lasciato molti scritti ma nessuno che intendesse “sistemare” la sua pedagogia.

In Italia ha conosciuto un brevissimo periodo di diffusione (che non ha lasciato traccia nei nostri manuali di pedagogia) verso la metà degli anni ’70 grazie soprattutto a I vagabondi efficaci, Jaca Book, che raccoglie gli scritti dedicati agli anni trascorsi con bambini devianti e disturbati, e a Una zattera sui monti, uscito per le edizioni L’erba voglio di Fachinelli, che racconta in una forma sincopata e anti-narrativa l’esperienza con i bambini autistici e mutacici sui monti delle Cévennes, portata avanti per trent’anni, fino alla morte, nel 1996.

Nato nel 1913, maestro più per necessità che per formazione, si ritrova, poco più che ventenne, a insegnare in una classe differenziale di Parigi. È qui che nasce l’attrazione per “questa misteriosa lordura sociale dell’infanzia disadattata”. Nel ’39, poco prima dello scoppio della guerra, diventa istitutore nell’ospedale psichiatrico di Armentières a pochi chilometri da Dunkerque, al Padiglione 3, il reparto riservato a bambini “disadattati, criminali, asociali, caratteriali e irrecuperabili”: queste le diagnosi di allora, non poi troppo diverse nella matrice culturale, e negli effetti, da quelle di oggi. Piccoli vagabondi che appiccano fuoco ai covoni delle fattorie, rubano il carbone sulle chiatte, “rifiuti di meno di diciotto anni che compiono crimini e sono ingrati, pubblicassistenziano e si masturbano l’esistenza”.

Approfittando del caos della guerra, Deligny rivoluziona le condizioni di vita del reparto: sopprime le sanzioni e introduce la figura del guardiano-educatore: operai tessili disoccupati, artigiani, ex detenuti le cui capacità manuali, la cui resistenza fisica e disponibilità Deligny cerca di mettere a frutto, diffidando delle corporazioni, dei tecnicismi e dei professionismi. Nel solco delle sperimentazioni di Célestin Freinet e dei primi Cemea (Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva), organizza uscite, giochi, attività sportive, laboratori artistici e artigianali. Ben presto però il suo approccio radicale, ironico e malinconico segnerà tutta la distanza da una corrente, l’attivismo democratico, di cui si sente sicuramente depositario, ma dalle cui derive omologanti non smette di mettere in guardia: “Ogni sforzo di rieducazione non sostenuto da una ricerca e da una rivolta sa troppo rapidamente di biancheria per imbecilli dove ristagna l’acqua benedetta. Ciò che noi vogliamo per questi ragazzi è che imparino a vivere, non a morire”. Aiutarli, non amarli, è la formula che racchiude la sua critica a tutte le ideologie dell’infanzia del dopoguerra.

Nel 1945, l’Associazione regionale di difesa dell’infanzia e dell’adolescenza gli affida il compito di organizzare e animare il primo Centro d’osservazione e smistamento della regione di Lille: si trattava di stare per tre mesi con i minori che avevano rubato, vagabondato, “coloro i cui genitori erano in via di decadimento.” Osservarli, intuirne talenti e potenzialità, liberarne l’immaginario e orientarli verso un collocamento professionale o formativo.

Dopo poco più di un anno, la sua triplice dissidenza – nei confronti del sistema educativo, delle modalità di selezione degli educatori e della divisione del lavoro tra le istituzioni abilitate – lo costringe a chiudere. Il titolo della cronaca del suo soggiorno al Centro d’osservazione, I vagabondi efficaci, è già un piccolo manifesto pedagogico e marca tutta la distanza fra la funzione di normalizzazione e controllo sociale che le istituzioni gli chiedono e il suo piano di ricerca e rivolta: “vagabondi inefficaci, piccolo popolo di solitari, gli uni rifiuti umani, incontestabilmente, gli altri speranza di un mondo che rischia sempre di crepare di docilità.” Il problema, prima ancora pedagogico che politico, non è quello di normalizzare dei disadattati, ma di rendere efficace il loro disadattamento, di creare le condizioni perché l’“inefficacia”, alienante, manipolabile e autolesionista del loro disagio, possa trasformarsi in autodeterminazione e in critica efficace all’ordine meschino che pretende di guarirli e che invece può al massimo – questo il basso continuo di tutto il lavoro e l’opera di Deligny – essere da loro guarito.

Solo con la bellissima corsa verso il mare di Antoine Doinel, con la quale Deligny suggerì a Truffaut di chiudere I 400 colpi – idea che gli venne sicuramente dai ricordi personali del mare del nord e dalle fughe dei ragazzini dal manicomio e dal Centro di osservazione di Lille – seppe spiegarci altrettanto bene il rapporto che esisteva tra i suoi “vagabondi” e la corruzione dell’ordine sociale che la loro devianza mostrava in tutta la sua evidenza.

È con queste intenzioni che, nel 1948, col sostegno clinico e organizzativo di Henri Wallon, crea l’organismo sperimentale della Grande cordata, realizzata su richiesta dell’Ufficio pubblico di igiene sociale che gli domanda di occuparsi dei giovani incollocabili con i quali la psicoterapia è inefficace. Ancora una volta si oppone al prevalere del modello “diagnosi-prognosi”, mettendo in piedi una rete per la presa in carico, “in libera cura”, di adolescenti caratteriali, delinquenti e psicotici, che non sembrano poter migliorare attraverso la clinica o la comunità terapeutica.

Interrogato spesso sul metodo, Deligny sostiene provocatoriamente di non averne mai avuti. Non si tratta di metodi, scrisse in più di un’occasione, ma di “una posizione da tenere, a un dato momento, in luoghi del tutto reali, nelle occasioni più concrete possibili.

Presa di posizione al Padiglione n. 3: nessuna sanzione.

Presa di posizione al Centro d’osservazione di Lille: la porta sempre aperta, i ragazzi sempre liberi.

Presa di posizione della Grande cordata: nessun letto, né istituto, né focolare e una rete di soggiorni di prova attraverso tutta la Francia, avente come base la rete degli Ostelli per la gioventù e qualsiasi altro luogo in cui ‘si’ volesse prendere come ospite un ragazzo della Grande cordata.”

Si trattava per Deligny di fare “causa comune” con i bambini, di criticare, attraverso il loro punto di vista, ma senza paternalismo, le istanze educative, mediche o giuridiche, di costruire un ambiente educante piuttosto che un insieme di regole astratte, di preferire l’invenzione alla compassione filantropica o al “narcisismo dei margini”.

Verso la fine degli anni ’60, dopo un paio di anni di collaborazione, seppur defilata, con la clinica di La Borde, nei quali la sua posizione antianalitica lo tiene lontano dai gruppi e dalle analisi ma vicino ai pazienti più agitati e “incurabili”, l’incontro con Janmari, dodicenne autistico grave e futuro protagonista del film Ce gamin-là, lo convince ad accettare l’invito di Felix Guattari a trasferirsi sui monti delle Cévennes per iniziare un nuovo “tentativo” con bambini psicotici le cui capacità comunicative sono fortemente compromesse. Ma non si trasferisce a Gourgas, dove Guattari accoglie, in una residenza di sua proprietà, gruppi della sinistra trotzkista, bensì a Graniers, un borgo isolato a pochi chilometri di distanza che Deligny dividerà con amici e bambini mutacici e che non abbandonerà più fino alla morte.

Nel suo lento, ma radicale distacco dalle istituzioni, l’incontro con l’autismo e la “fuga” sui monti non rappresentano, come spesso è stato detto, una cesura che rivelerebbe due Deligny: da una parte l’operatore militante al servizio della causa dell’infanzia delinquenziale e dall’altra l’etologo ed etnologo, poeta dell’autismo, ritiratosi al riparo dalle lotte politiche. Il “tentativo delle Cévennes” rappresenta piuttosto la conseguente evoluzione e il compimento di una critica che vedeva ormai inconciliabili le necessità delle istituzioni e quelle dell’infanzia. Non si avvicinerà però nemmeno all’esperienza libertaria di Summerhill il cui utopismo non corrisponde alla sua esperienza della follia collegata, attraverso la violenza, a quella della seconda guerra mondiale. La parabola dei suoi interventi disegna più semplicemente un ritiro della sfera pedagogica, un ripiegamento dell’intervento adulto, un superare, per sottrazione, il modello dell’attivismo e dell’educazione progressiva.

Senza nessun appoggio istituzionale, accogliendo ragazzi inviati da clinici fidati, fra i quali anche Maud Mannoni e Françoise Dolto, a Graniers crea una rete di “presenze vicine” (operai, contadini, braccianti disoccupati, operatori sociali ed emarginati, ma mai specialisti e educatori) regolate da un’economia di sussistenza e da questo “bisogno imperativo di immutevole” che definisce l’autismo. Una “zattera sui monti”, ai margini degli eventi del ’68, costituita da una mezza dozzina di “comunità” distanti da cinque a venti chilometri le une dalle altre, dove i ragazzi sono liberi di andare e venire e dove Deligny inventa alcune pratiche di intervento, né artistiche né terapeutiche, come le lignes d’erre, “linee-traccia”, che descrivono gli spostamenti e le azioni dei bambini mutacici nel territorio delle Cévennes. Una mappa che deve sempre meno al linguaggio e all’ordine del simbolico: “Non abbiamo un progetto terapeutico. Bisogna accettare di lasciarli vivere nell’‘assenza di linguaggio’ senza verbalizzare, il che sarebbe già interpretare e curare; accettare di non rieducare alla parola, che sarebbe già farli rientrare, per buona coscienza, nella nostra norma.”

Questo lavoro sempre più serrato sul linguaggio e la scrittura, si nutre dell’esperienza quotidiana di bambini che non possono fare affidamento sulla struttura psicologica e cognitiva della parola e donano agli ultimi scritti di Deligny, la loro particolare forma (vedi, in italiano, I bambini: i loro atti, i loro gesti e I bambini e il silenzio, entrambi editi da Spirali): un vero e proprio dispositivo documentario, che utilizza tracciati, incisioni, didascalie, fotografie, riprese video. Ed è soprattutto ai film (Moindre geste, presentato alla settimana della critica al festival di Cannes del ’71, Ce Gamin-là, Projet N) che in questi anni affida il compito di definire un territorio esterno al linguaggio ponendo il reale al di sopra di tutto in una sfera di percezioni allucinate senza corrispondenze nell’inconscio.

Già Graine de crapule (ripubblicato da poco in Francia in una ricchissima edizione delle Opere curata da Sandra Alvarez de Toledo per L’arachnéen)la raccolta d’aforismi che uscì per la prima volta nel ’45 di cui qui proponiamo una selezione e che racconta le intuizioni dei primi anni di lavoro, anticipava il bisogno di una scrittura sempre più rarefatta che affidasse a pensieri sciolti, motti di spirito e paradossi il compito di raccontare “come l’esperienza strapazza o sostiene la fragile ‘flottiglia’ dell’educazione attiva.” (Luigi Monti)

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Una visita al Liceo autogestito di Parigi, di Giulio Vannucci

Da una rivolta scolastica a una scuola di rivolta. Il Liceo autogestito di Parigi

di Giulio Vannucci

Pubblicato dalla  rivista “Il Barrito de Mammut”, Napoli

“Quando qualcuno arriva al Lap, magari carico di una storia scolastica fatta di fallimenti e umiliazioni, la prima cosa che succede è che entra senza dubbio in un liceo, ma in un liceo in cui non c’è preside, non ci sono consigli di orientamento, consigli di classe, consigli di disciplina… in cui non ci sono voti. In cui non c’è obbligo di frequenza alle lezioni… Ecco il primo respiro di sollievo: la libertà. Ma non una libertà tout-court, ma la libertà di scegliere – che, si sa, è anche difficile”.

Lap vuol dire Lycée autogéré de Paris, cioè Liceo autogestito di Parigi. Mi ci sono imbattuto un po’ per caso, grazie a Félicité, un’ex allieva che mi ha fatto conoscere un buon numero di altri ex allievi, studenti e professori. Non esiste preside, non esiste personale scolastico di alcun tipo: tutta la vita del liceo è gestita da organi composti da studenti e professori e ogni decisione passa senza eccezioni dall’assemblea generale che si riunisce settimanalmente.

Come mi ha spiegato Wolf, attuale coordinatore del Lap, la fondamentale differenza da un liceo normale è nel senso che qui si attribuisce all’apprendimento: “Il motore della scuola tradizionale è la paura, degli allievi come dei professori. In generale, vai a scuola perché sai che il tuo unico obiettivo è avere quel diploma, e quindi hai il terrore della valutazione e del professore che la deve dare. Il professore lo sa e la sfrutta fino in fondo: e così si instaura un regime vero e proprio, in cui le motivazioni si riducono al terrore. Oggi mi sembra comunque che la situazione si stia un po’ ribaltando, che in realtà siano i professori ad avere paura degli studenti: ma cambia qualcosa? Se è la paura il motore di ogni azione, allora un individuo non può apprendere in modo sereno. Magari qualche volta imparare per terrore funziona, ma non sempre e a costi spaventosi. In realtà l’apprendimento è una cosa magnifica, perché volerlo negare? Tutti hanno voglia di imparare qualcosa, basta poterlo scegliere”.

È con questa filosofia che nel 1981 (anno in cui Mitterand va al potere e il governo francese è socialista) il ministro dell’istruzione Savary appoggia l’iniziativa di un gruppo di professori riunitosi intorno a Jean Lévy. Il progetto è quello di dare vita a un istituto pubblico che si ispiri alla pedagogia libertaria (“da Piaget a Dewey, da Neill a Freinet”) e a una buona dose di socialismo autogestionario, seguendo le orme del Liceo sperimentale di Oslo, in attività dal 1968. Come sottolinea Bernard, un decano del Liceo, “il Lap è innanzitutto un centro sperimentale, un luogo in cui vivere un altro modo di fare pedagogia e di ricordarlo alle istituzioni. È per questo che ospitiamo continuamente ricercatori delle università, del ministero o comunque delle istituzioni, che osservino e studino questa alternativa alle “prigioni di stato” – le scuole “normali”. E la continua ricerca serve ovviamente anche a noi, per il nostro agire”. Da quest’anno, poi, i risultati di queste ricerche sono condivisi e ridiscussi in una giornata di fine anno aperta ovviamente a tutti, ex allievi e curiosi compresi.

È il rifiuto della scuola come luogo formattante e frustrante a motivare i professori e gli studenti del Lap, è la consapevolezza che un sistema scolastico come quello francese (ben più asettico e settario del nostro!) “non formi all’esistenza, ma”, come mi ha spiegato Bernard, “crei solo piccole élite che abbiano l’unico scopo di autoriprodursi: è il potere che vuole dei cloni pronti a tutto per difendere lo status quo. E fa questo – e ci riesce – facendo credere che chi sa quelle nozioni sia migliore degli altri”. La risposta a ciò non può che essere anche politica: prima che studente o professore, chi è al Lap è “cittadino”. Anche nello statuto questi due livelli sono esplicitati: oltre alla trasmissione di sapere, è centrale, nel processo educativo, la conduzione e la condivisione della vita di questa piccola comunità.

La cosiddetta “struttura di gestione”, infatti, è tanto libertaria quanto rigorosa. L’équipe educativa, l’unico organo composto unicamente da professori, si riunisce una volta a settimana, tratta tutte le questioni inerenti alla didattica e si occupa dell’assegnazione dei nuovi professori, che possono accedere al Liceo autogestito unicamente su “chiamata”. Tutti martedì si riuniscono i gruppi di base, composti da tre professori e da una trentina di studenti, con lo scopo di discutere e votare ogni questione. I delegati di ogni gruppo di base si riuniscono tutti i giovedì mattina nella riunione generale di gestione, che discute i problemi emersi e riporta le nuove informazioni ai gruppi di base del martedì successivo. Gli altri studenti sono riuniti in commissioni, che si occupano dei settori specifici del liceo (la biblioteca, l’accoglienza, la caffetteria…). Quello che conta, ci tiene a spiegarmi Wolf, è la responsabilità della gestione quotidiana della propria scuola.

Oltre all’aspetto politico, il valore aggiunto del Liceo autogestito è anche legato a una didattica che supera la divisione in materie e singole nozioni. La mattina si tengono i corsi delle varie materie, quasi sempre sovrapposte e mai tradizionali e frontali, e nel pomeriggio si attivano una serie di atéliers e di progetti: corsi alternativi (dal teatro alla musica, dall’arrampicata alla cucina) tra cui scegliere il proprio investimento annuale o un’attività che dura un solo mese e mezzo. “Al Lap ci sono quattro domini in cui avviene l’apprendimento: la gestione, i corsi, gli atelier e i progetti. Sono inseparabili e ognuno, oltre alla formazione personale, serve chiaramente anche per il Bac [la maturità italiana]. Gli atelier servono per confermare un interesse o approfondirlo o magari per scoprire una vocazione, mentre il progetto serve a lavorare su un argomento per tutto l’anno, con un prodotto finale. In questo mondo in cui si cominciano un sacco di cose ma non se ne porta nessuna al termine, fare qualcosa che abbia un risultato finale tangibile è fondamentale. Qualcosa che (diciamolo come i vecchi gauchistes del novecento) io stesso ho fabbricato, investendo tempo e idee, un’opera in cui io alla fine mi riconosco, ottenendone anche uno sguardo su di me”.

Il Bac quindi (ed è forse l’aspetto che più colpisce ed attrae) non è lo scopo di chi entra al Lap. Per gli studenti dell’ultimo anno sostenere l’esame o meno è una scelta nient’affatto obbligata, tanto che solo il trenta per cento degli allievi decide di affrontare la prova finale della scuola secondaria – riuscendoci quasi sempre. “Ti mettono nella testa da subito che il Bac sarà il tuo obiettivo imprescindibile: vai avanti fino al Bac e sarai un buon elemento della società. Gli studenti parlano sempre del “mio Bac”? Ma perché tuo? Lo hai mai scelto? Certo, personalmente penso che sarai davvero libero di rinunciarci solo una volta che lo avrai preso. Ma non può essere il tuo unico obiettivo”.

Le istituzioni tollerano in silenzio e solo grazie ad una retorica che non sorprende: il Liceo Autogestito è accettato (e finanziato, quindi!) solo in quanto capace di far diplomare una piccola ma significativa parte di quegli studenti che avrebbero presto abbandonato la scuola. Insomma, il valore del Lap sarebbe quello di un centro di recupero per recidivi scolastici.

Resta il fatto che, come dice Bernard “entrare al Liceo autogestito di Parigi significa prendersi la responsabilità della propria formazione, senza delegarla a nessun altro, neanche alle istituzioni e alle loro certificazioni da cui, volente o nolente, liceale o privatiste, devi passare”.

Non lo nego: entrare anche per poco tempo al Liceo autogestito di Parigi è entusiasmante. Sarà per la sensazione da “liceo dei sogni”, sarà per il clima così assurdamente diverso da quello di una qualunque scuola superiore italiana, sarà che chiunque viene accolto ma nessuno può parlare con il preside (perché non esiste). Certo, non tutto funziona come dovrebbe, ci sono problemi ancora apertissimi e dibattiti in corso all’interno del Lap stesso. La partecipazione degli studenti non è ancora così totale e l’equipe educativa fatica a trovare professori che decidano di intraprendere la via del Liceo autogestito (anche perché insegnare al Lap significa non guadagnare punti nella graduatoria per l’insegnamento).

Ma è innegabile l’utopia, la forza dell’essere totalmente pubblici e quella di non possedere alcun requisito per essere ammessi, se non un sostanziale rifiuto della scuola tradizionale e la voglia di aderire al progetto del Lap.

“Venire al Lap significa avere più occasioni per capire chi si è e come avvicinarvisi il più possibile. E la cosa più bella è che nel tentativo di capire il tuo posto nel mondo, gli altri sono per forza implicati. L’assenza di paura e di gerarchie è una spinta molto potente. E nella fiducia reciproca mi posso anche permettere di farti presente, da professore, che non stai lavorando, che stai buttando il tuo tempo. Il punto è che qui non si bara”.

giuliovannucci@hotmail.com

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video/documentari italiani

Un documentario sulla scuola democratica antiautoritaria Kiskanu di Verona – aprile 2011 Autore: Andrea Sola
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l documentario in DVD può essere richiesto a info@corsipandora.it

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I malestanti  – Il trailer del documentario di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile e Marco Venditti, prodotto da Todomodo e Farfilms.
Il doumentario può essere richiesto a: todomodofilms@gmail.com
A trent’anni dall’uscita del film Diario di un maestro di Vittorio De Seta, gli autori tornano sui luoghi delle riprese per scoprire le storie dei protagonisti di allora. Attraverso le loro testimonianze si ricostruisce l’esperienza di Diario di un maestro, sia in termini personali che storico-sociali. Infatti, le storie dei “malestanti” (così si definirono all’epoca i ragazzi del film) raccontano anche i fenomeni e i mutamenti sociali che hanno contraddistinto i quartieri popolari romani negli ultimi trent’anni.

Il percorso educativo della scuola di don Milani:
Il rivoluzionario di Barbiana:
prima parte
seconda parte

intervento di Francesco Codello al Convegno “Disattendere i poteri”  Genova, gennaio 2011

Due esilaranti interventi (sottotitolati) di critica alla educazione tradizionale:
Ken Robinson says schools kill creativity (2006)
Sir Ken Robinson: Bring on the learning revolution! (2010)

Intervento di Giuseppe Ferraro al Convegno “Disattendere i poteri” Genova, gennaio 2011

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Una recensione su “Liberi di imparare”

recensione uscita il 30/9/2011 sul sito “Educazione democratica”

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F. Tabellin, Liberi di imparare, un excursus sulla realtà delle scuole democratiche

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