8 marzo 2009

I convegno dell’ENA – Gruppo di lavoro su “esperienze educative extrascolastiche”

 Il gruppo di lavoro, molto eterogeneo nella formazione e nelle professioni dei suoi partecipanti, ha rappresentato un primo importante momento di conoscenza. Come era inevitabile che fosse vista la vastità di questioni che riguardano la formazione e l’educazione che avviene al di fuori delle strutture scolastiche, il gruppo ha individuato alcune possibili piste di ricerca, alcune urgenze pedagogiche messe in luce da una prospettiva anti-autoritaria che intende approfondire in ulteriori momenti di discussione, di formazione, di “critica” e, quando se ne presenteranno le occasioni, di intervento comuni. I temi che sono emersi dal confronto e dal racconto delle pratiche di ognuno dei partecipanti sono i seguenti. Per chiarezza di impostazione e di intenti andrebbero posti tutti in termini di domande:

  1. Esperienze pedagogiche libere

Come, quando, con quali strategie organizzative, teorie pedagogiche di riferimento, metodologie e, infine con quali possibilità di sostenibilità fondare esperienze pedagogiche a impronta libertaria (scuolette, asili familiari…)?

  1. Infanzia difficile

Se e come modulare un approccio educativo libertario a contesti sociali e culturali diversi, soprattutto nei confronti del disagio (intendendo con ciò tanto la deprivazione socio-economica delle aree depresse, quanto l’abulia e l’impoverimento dell’immaginario proprio delle aree ricche del paese)?

  1. Formazione degli adulti (non liberi)

In un contesto di carenza della qualità formativa rivolta a insegnanti, operatori, educatori e allo stesso tempo di “sottovalutazione” del bisogno di teoria da parte di questi ultimi, come costruire occasioni di formazione reale rivolta a chi fa educazione?

  1. Rapporto con le istituzioni

Sia chi lavori per esse, sia chi le abbia come committenti o finanziatrici, sia chi lavora fuori di esse ma in settori che inevitabilmente le incrocia, ognuno di noi ha a che fare con le istituzioni. A maggior ragione se intendiamo con esse non solo una struttura organizzativa ma anche, come intendeva Illich, un habitus mentale che ormai ha plasmato tutti quanti. Come rapportarsi con le istituzioni che, da strumento nato dall’esigenza di dare risposte pubbliche e condivise ai bisogni fondamentali delle comunità, si sono lentamente trasformate in ostacoli quando non in opposizione intenzionale alla loro libertà e al loro “ben fare” e “ben vivere”?

  1. Bambini e città”

Uno dei presupposti della pedagogia libertaria è lavorare per sottrazione, operare per un ripiegamento della sfera di influenza pedagogica nella vita delle persone, liberare i troppi spazi formativi occupati da esperti e formatori di professione. Questo si traduce riducendo l’intervento diretto su bambini e ragazzi e aumentando quello sul contesto (fisico e relazionale) in cui vivono. Rispondendo alle contraddizioni e alle fratture sociali che i bambini sanno mostrare vivendo liberamente gli spazi fisici e politici della città.

  1. Regole: se e come

Eterna questione di chi si trova, per professione, scelte di vita o per rapporti di prossimità a vivere con bambini e ragazzi: se e come stabilire un repertorio di regole che regolino i rapporti delle comunità o delle singole relazioni educative?

  1. Centralità della relazione educativa

Frutto di una vera e propria rivoluzione pedagogica, quella che ha caratterizzato la storia del pensiero pedagogico nel ‘900 a partire da quello a impronta libertaria e non-autoritaria, la centralità della relazione non è e non potrà mai una questione risolta una volta per tutte, ma una tensione e una posizione da ridefinire e tenere ogni volta che si instaura un nuovo rapporto educativo.

  1. Rete di scambi su pratiche e teorie

Come attivare uno scambio di esperienze, analisi, metodi e pratiche pedagogiche efficace, fluido, al di fuori dei canali tradizionali e rispondente anche a esigenze di resistenza al paradigma dominante?

  1. Uscita dall’“ideologia del fare”

Come liberarsi da un atteggiamento comune a tutti coloro che fanno educazione e così universalmente diffuso da essere diventato una vera e propria “ideologia”, ovvero quello che ci spinge a stimolare, proporre attività, strutturare progetti didattici ed educativi e mai liberare tempi e spazi affinché i bambini esplorino e imparino liberamente e “incidentalmente” dall’ambiente e dalla vita?

  1. Rinnovare il nostro vocabolario pedagogico

Come restituire significato a parole e concetti a cui non siamo disposti a rinunciare ma che sono stati completamente usurati, stravolti e traditi dall’uso (come autonomia, educazione, formazione, relazione educativa, spontaneità, libertà, eccetera)?

  1. Differenza fra scolastico ed extra-scolastico

Qual è la differenza fra il sapere trasmesso a scuola o in contesti di apprendimento strutturato e quello che avviene fuori dalle aule? C’è un sapere che ha bisogno di una didattica per così dire tradizionale e di tipo “scolastico”?

  1. Lavoro su di sé

Data per scontata l’importanza di essere liberi per educare alla libertà, come lavorare su di sé a tale scopo?

  1. Politica e educazione

Esiste una fondamentale dimensione “politica” nell’educazione, che non consiste, come si è pensato e praticato per tanti anni, nell’educare i bambini alla visione politica di noi adulti affinché realizzino domani quello che noi intuiamo oggi essere il loro e nostro bene, bensì nella consapevolezza che i loro problemi sono i nostri problemi, che affrontare gli uni significa affrontare gli altri. Come intervenire in maniera non paternalistica e manipolatoria, ma affrontando insieme problemi, desideri, bisogni, tensioni che accomunano tutti?

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